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PIANO PROVINCIALE RIFIUTI DELLA PROVINCIA DI VARESE

3 maggio 2011

In una delle prime commissioni di presentazione del Piano provinciale dei rifiuti di
Varese, l’Assessore Marsico ha sintetizzato la “ratio” del piano stesso con la massima
latina “primum vivere, deinde philosophari”.
Col passare del tempo si ricordano esperienze significative del proprio vissuto: la
frase usata dall’Assessore mi ha fatto tornare alla mente la censura di un collega
insegnante del San Carlo. al quale qualcuno aveva citato il motto latino
concludendo con “philosophare” e non “philosophari”, come è corretto. Ma cosa
mai può cambiare una vocale?
Philosophari è un verbo deponente “e nel latino arcaico” scrive il Flocchini, “esiste
una forma media (come del resto nel greco) che esprime un’azione fatta e
contemporaneamente subita dal soggetto, o a cui il soggetto è particolarmente
interessato”. Dunque non un verbo che esprime solo azione, ma anche
“passione”. Ogni azione dell’uomo, si sa, comporta una reazione, dunque tutto
ciò che viviamo trae origine e origina a sua volta un philosophari, anche (o
soprattutto) se ostentatamente diciamo di ignorarlo.
Nulla di nuovo: tipico dell’atteggiamento pratico (e un po’ incolto) della romanità
repubblicana pensare che prima si agisca “deinde” si possa fare filosofia, quasi
che quest’ultima sia il commento del vivere. Già Augusto, e poi Adriano,
inseriscono però nel sistema dei valori romani l’estetica, forma sensibile di filosofia
(e contemporaneamente l’impero si amplia). Fare filosofia insomma non è verbo-
azione attiva, non è chiacchiera sul vissuto, è “philosophari”, col significato cui
accenna il Flocchini, e i romani più evoluti sanno che il filosofare è tutt’uno col
vivere.
Ho sempre ragionato sulla lezione del collega milanese, scoprendo quanto
complesso sia il rapporto dialettico tra il vivere e il filosofare, conscio però del ruolo
di previlegio che l’amore per la sapienza assume in culture le più diverse . La
cultura classica dedica il Partenone ad Athena, dea della sapienza; quando lo
stesso tempio, di una religione politeista, viene convertito in struttura cristiana,
monoteista, mantiene la sua dedicazione a Santa Sofia (divina sapienza). Già,
perchè la sapienza è una delle virtù teologali che la dottrina patristica riconosce
da subito al neonato cristianesimo.
Ma anche per chi è materialista la sapienza è la cifra della fase evolutiva della
nostra specie: la “versione” più evoluta dell’uomo, infatti, non è l’homo abilis o l’homo faber, attore istintuale o perspicace, ma l’homo sapiens, attento alle
valenze sensibili di quel che fa.
Sono dunque in profondo disaccordo col “deinde”,col fatto che prima si viva, poi
si faccia filosofia, tanto più in un campo come quello ecologico-ambientale, dove
l’insipienza diventa pericolosa, anche se dal punto di vista propagandistico può
essere vantaggiosa, nell’attuale regime politico.
Certo, è comprensibile che la nostra società, da poco tempo affrancata dai
bisogni primordiali (saranno 50 anni, che per la storia dell’uomo sono un attimo) si
impaurisca atavicamente al pensiero di tornare all’indigenza e alla precarietà
vitale dei tempi passati e che inserisca nel “vivere” (messo in pericolo dal
“philosophari”) soprattutto il superfluo materiale, come “scorta” per esorcizzabili
ritorni di periodi di miseria. I rifiuti assumono a questo punto il ruolo di indizio del
vivere, in quanto segno del consumo di superfluo materiale, che finalmente ci
affranca dall’indigenza. In questo vivere di superfluo materiale, che riempie di
bello il niente dell’incolto, non vi è molto posto per la sapienza, per il gustare il
sapore di ciò che si può vivere, che riempie di bello il niente dell’acculturato: limiti
di ogni antropocentrismo.
Da qui l’accezione negativa che statisticamente viene attribuita al termine
filosofia, che non dà comunque risposte di senso più appaganti a quelle fornite
dal superfluo materiale: consumo, quindi esisto. Il sistema di valori prevalente
privilegia dunque l’homo faber, tecnologico, attivo e consumatore che modifica
in pochi anni (50 appunto) il globo come mai è successo nei millenni precedenti,
rispetto l’homo sapiens, che coglie le sfumature e registra comunque il deficit di
senso che anche il consumare, in fondo, mantiene.
Il guaio è che se non si instaura un rapporto dialettico tra il fare e il filosofare (la
vita attiva e la vita contemplativa dei monaci, il mondo delle cose aristotelico e il
mondo delle idee platonico) rischiamo di fare danni all’ unica filosofia vitale
assoluta, non relativa, non corruttibile o monetizzabile: quella della natura. Se c’è
un ambito nel quale vivere e philosophari devono integrarsi, a mio avviso questo
è proprio quello ambientale, e il piano di smaltimento del superfluo materiale di
una provincia come Varese (oggi ancora ricca) non può svincolare la sua filosofia
da un modello di vita.
Qual è dunque la filosofia di questo piano provinciale dei rifiuti?
Quella di percorrere strade tranquille,di non uscire dal consolidato, di non
sperimentare innovazioni, lasciando all’iniziativa privata l’articolazione di tutto ciò
che non è rigorosamente previsto per legge. Tranne il revamping dell’impianto
Accam di Borsano, che resterà il perno della filosofia del piano, si assiste ad una
sorta di riproposizione in ambito ambientale dell’urbanistica contrattata che ha caratterizzato il panorama della pianificazione territoriale. Certo, come per la
legislazione urbanistica, anche per il piano rifiuti le competenze prescrittive
assegnate alla Provincia dalla regione Lombardia non sono stringenti o
strategiche, forse per consentire-favorire quella sussidiarietà pubblico-privato che
ha visto, in ambito urbanistico, il pubblico soccombere alle richieste di intervento
del privato, taumaturgo dei destini economici di un Comune.
Intendiamoci: nessuno vuole disconoscere i passi avanti sulla raccolta
differenziata, con l’obbiettivo del 65% che ci collocherà tra le provincie più
avanzate della Nazione. Un doveroso e non formale riconoscimento alla
professionalità della Struttura tecnica della Provincia, che monitorizza il fenomeno
da anni e che dunque è in grado di registrare cambiamenti, tendenze, stalli e
impennate del fenomeno. A questa competenza si aggiunga la validità della
Scuola di Monza, che già dai tempi del Reguzzoni 1° ha sempre supportato la
provincia di Varese con la sua esperienza comprovata. Nessuno vuole negare
infine che nelle nostre strade non ci sono cumuli di sacchetti maleodoranti, con
teppisti che bruciano cassonetti per “invitare” Enti locali a firmare con l’ecomafia
succulenti contratti di emergenza.
Ma proprio perché la realtà socio-economica e culturale in cui viviamo dimostra
di essere sensibile, magari per questione di decoro, al problema dei rifiuti, si
sarebbe potuto, nei lunghissimi anni della gestazione del piano, pensare ad una
filosofia più avanzata, più europea, ad un “modello Varese”.
Si sarebbero potuti sperimentare modelli di differenziazione spinta in ambiti
particolarmente sensibili, non dicendo “Fate pure, che noi non lo impediamo”, ma
“Questi sono i fondi per la sperimentazione”. Certo, nel momento in cui grandi
realtà urbane che sono passate in poco tempo a percentuali di differenziata
consistenti raggiungessero o superassero il fatidico 65%, per Accam sarebbero
problemi, e oltre al confermato apporto dei comuni della Provincia di Milano
dovrebbero “comperare” frazioni da chissà quali altri luoghi, con comprensibile
allarme per l’inquinamento da traffico dell’intera zona. Ritengo comunque che il
Piano provinciale dei rifiuti di una zona civile come la nostra debba integrarsi
organicamente con due piani altrettanto importanti: quello del traffico e quello
energetico. Anche se la legge non ce lo impone direttamente è indispensabile
secondo me valutare la ricaduta delle scelte (o non scelte) per la frazione
organica, tutta riciclata fuori dalla provincia, o delle richieste, spesso
estemporanee o interlocutorie, per produrre combustibile energetico, piuttosto
che teleriscaldamento da parte dei privati.
Quello che pare manchi, dunque, è una strategia complessiva “moderna”,
impostata in paesi europei avanzati, un philosophari sul tema rifiuto-energiaambiente, con la scelta del vivere un po’ alla giornata. Anche le notizie circa benefici economici perequativi del traffico e dei rischi alla salute, ciclicamente
fatti circolare, non si discostano da una funzione propagandistica e sono una
filosofia perdente, oltre che da zona depressa. Non siamo nella condizione, come
Provincia, da dover accettare il baratto salute-economia: l’abbiamo fatto in
passato con Malpensa, e la filosofia si è dimostrata perdente.
Anche l’analisi obiettiva sulla nocività degli scarichi dell’impianto viene sempre
tarpata dall’annosa situazione di emergenza, per cui se non si punta sul
revamping di Accam, allora sì che vedremmo i sacchetti per le strade come a
Napoli. Argomento efficace elettoralmente, ma escamotage poco corretto per
una provincia evoluta come la nostra. Quest’ultima è, a mio avviso, una carenza
di fondo di questo piano (e un po’ del ruolo della Provincia di Varese): la non
volontà (o la non capacità) di progettare e realizzare qualcosa che si spinga in
avanti, che faccia anche da apripista e incentivo ai privati, che però controlli e
indirizzi decisamente lo sviluppo verso nuove filosofie di sostenibilità, di produttività,
di modernità. La politica che abbia un progetto moderno di società, che
stabilisca gli ambiti di intervento dell’economia, che ripensi alla produzione come
elemento di benessere materiale, sociale e ambientale. La rinuncia del Piano
provinciale rifiuti è un po’ come la chiusura del Polo Scientifico e Tecnologico di
Busto: un’occasione mancata, la confessione di una incapacità.
Certo, è masochista chi, ottenendo più del 60% del consenso elettorale come
quello ottenuto in Provincia di Varese dall’attuale maggioranza senza un Piano dei
rifiuti, volesse cambiare rotta, magari affrontando in prospettiva problemi
complessi come l’interazione sviluppo-ambiente, acqua, aria, mobilità, rifiuti.
Problemi complessi che richiedono tempi ben più lunghi che non quelli della
parabola evolutiva di un partito o di un leader. Figuriamoci nel quinquennio di un
Consiglio provinciale… D’altro canto le ricadute delle scelte ambientali hanno
valenze lente e irreversibili, e scopriamo ora l’eredità di filosofie “allegre” quando
non incoscienti del passato, cui dobbiamo ora porre rimedio con risorse ingenti.
Ma quale potrebbe essere una filosofia che porti in avanti la politica sui rifiuti, e in
generale sul rapporto consumo-ambiente?
Anzitutto un nuovo concetto di responsabilità (res pondeo, do un peso alle cose)
che non significhi più differenziare solo e abbandonare poi il rifiuto al suo destino.
Significa seguirlo sino ad impianti di riciclo che non distino più di un numero
ragionevole di km da casa, così come per eventuali termovalorizzatori. A mio
avviso la rivoluzione ecologica, che non può più attendere e che
drammaticamente è ancora lontana, avverrà quando chi consuma sarà
“invitato” a produrre energia, smaltire, riciclare vicino casa, in sub ambiti che
vanno dimensionati certamente con criteri di sostenibilità economica, in equilibrio
però (ecco la carenza di fondo della nostra politica ecologica) con criteri di controllo, salubrità “nel proprio giardino”, e perché no di vantaggio economico
per gli enti locali che gestiscono direttamente il rifiuto. E’ contro la legge del
mercato, infatti, che io debba consegnare già differenziato un materiale (plastica,
carta, vetro) a chi trarrà profitto economico dal materiale che io consegno, e che
debba anche pagare per farmi ritirare il materiale. E che un Comune sia
considerato virtuoso quando consente questo profitto, che potrebbe essere suo.
Persino quando mi tagliano un bosco,comunque, la legna mi viene pagata…
Annoso il problema sulla validità dei mega impianti di produzione dell’energia e di
smaltimento dei rifiuti. Tecnici di entrambe le parti portano dati interessanti che
magnificano o demonizzano le realizzazioni come il termovalorizzatore di Brescia.
L’ultima parola deve essere comunque della politica, e politicamente ritengo
siano maturi i tempi, almeno per le realtà come le nostre, per superare quella sorta
di “inquinamento culturale” grazie al quale io, consumatore, non mi interesso di
come venga fornita l’energia di cui ho bisogno (e sui bisogni reali occorrerebbe
fare un lungo ragionamento) non mi interesso di dove vadano a finire e ai danni di
chi i miei rifiuti, del bilancio energia-inquinamento nella produzione di quel che
consumo, magari con l’etichetta di “prodotto ecologico”.
Il mega impianto, la mega centrale sono facili deleghe, ma possono dare mega
problemi. Abbiamo atteso per anni il Piano, che per anni è stato il rifiuto di fare il
Piano. Oggi il Piano è sostanzialmente l’invito a pagare il revamping di Accam e
l’invito ai privati: “fate le vostre proposte, che noi le valuteremo.” Ritengo questa
filosofia un po’ poco. Il nostro vivere è subordinato al vivere del nostro ambiente.
E’ auspicabile che non si prenda a prestito dai romani anche il motto “si vis
pacem, para bellum”. La guerra alla natura non potrebbe senz’altro concludersi
con una pax romana da cui l’uomo esca vincitore…

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