Lettera al giornalista de “L’Espresso” Mackinson
Gentile signor Mackinson,
la Sua richiesta di notizie circa l’attività della Provincia di Varese merita attenzione, anche se penso di non
esserLe molto utile riguardo ai dettagli dei quesiti da Lei posti. Articolerei pero’ la risposta in due grandi temi:
da un lato la valenza istituzionale della Provincia, dall’altro la mia esperienza a far data dal 2002, anno della
mia prima elezione come Consigliere Provinciale. Articolazione indispensabile, quella del “de iure” e del “de
facto” se si vuole evitare superficialità o scandalismo che ben poco aiutano a comprendere.
La Provincia serve. È un Ente intermedio tra il piccolo (il Comune, che nella nostra Provincia è spesso
piccolissimo) e il grande (la Regione). Ha funzioni di coordinamento, raccordo, compensazione uniche. Gli
eletti vivono nei territori, conoscono i luoghi, i problemi irrisolti, l’evoluzione dei paesi che rappresentano.
Stesso argomento può generalmente essere applicato al personale della Provincia, che esprime spesso capacità e
conoscenze legate alla continuità d’ufficio, ai risvolti socio-economici e territoriali su cui lavora.
Un esempio concreto: ho partecipato alla stesura del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (al
quale ho votato contro per motivazioni di impostazione politica). La sua applicazione è costante quando si
devono analizzare i PGT (i vecchi Piani Regolatori comunali). Penso di non poter essere smentito quando dico
che un passaggio in Commissione Provinciale di ogni PGT è l’occasione per rilievi puntuali sulle misure
prescrittive previste dalla Legge Regionale, ma anche per indicazioni di indirizzo urbanistico, paesaggistico,
ecologico, effettuate con puntualità da chi il territorio lo conosce e comprende le sue dinamiche socioeconomiche. Questo da parte dei funzionari, ma anche dei Commissari, che pur nelle diversità di impostazione
politica (sono pur sempre un comunista) cercano di fare del PGT uno strumento “praticabile”.
Ho preso questo esempio perché nella sua richiesta chiede attenzione per eventuali dissesti territoriali di
cui la Provincia potrebbe essere responsabile. La Provincia, come le altre Istituzioni, spesso assiste al degrado,
cerca di guidare lo sviluppo, ma un’urbanistica “contrattata” spesso la vede impotente, e persino connivente,
con un certo modello di sviluppo. E qui nasce il vero problema, che accomuna tutte le istituzioni: può la
politica, “de facto” succube delle dinamiche economiche, determinare uno sviluppo equilibrato, sostenibile, a
vantaggio del territorio, del cittadino, della salute, di tutte quelle cose, insomma, tanto care alla retorica
elettorale? La domanda, invece tutt’altro che retorica, fa assumere risvolti nuovi persino alla domanda di
maggiore rigore, che vorrebbe il taglio dei “rami secchi”, come qualcuno ritiene essere la Provincia. (A dire il
vero c’è chi ha tagliato anche sulla scuola pubblica, sulla ricerca e sull’università…).
Io penso, anche come rappresentante di minoranza della Provincia di Varese in seno all’UPI (Unione
Provincie Italiane), che “de iure” la Provincia non sia affatto un ramo secco, e che la sua soppressione potrebbe
determinare più un problema che una soluzione.
Ma “de facto” la provincia di Varese è sempre all’altezza del suo compito? È sempre efficiente l’azione
dell’esecutivo? È sempre meritocratica la politica delle assunzioni? Non è a volte la sala di attesa per poltrone
più alte? Non è a volte campanilistica, elettoralistica, populista? Risposta: dipende dal “materiale” umano che la
compone.
Da quando siedo in un consiglio istituzionale (1980) ho sempre avuto la netta sensazione che, forse, si
potrebbe fare una giunta efficiente prendendo il meglio da maggioranza e da opposizione, poiché in entrambi
gli schieramenti ci sono competenze e intelligenze vivaci, mediocrità mascherate, carenze pericolose. In ogni
istituzione siedono individui che sono al posto giusto e cariche manifestamente superiori a chi le riveste.
Questa non è una prerogativa solo delle provincie, è una caratteristica connaturata col meccanismo della delega
elettorale, e si può verificare ad ogni livello delle nostre istituzioni. Fenomeno già presente nella Prima
Repubblica (…il famoso manuale Cencelli, comunque evocato anche da un attuale capogruppo del Consiglio
Provinciale di Varese come prassi da percorrere), ma che nella Seconda assume connotati ancora più sfacciati.
D’altro canto, “de facto” la politica mantiene ed acuisce il suo ruolo subordinato, quasi succube delle
dinamiche economiche, dalle quali si accontenta di ricevere spesso i “gettoni”, in un rapporto a volte servile. E
chi non ci sta è fuori.
Chi, politico, accetta questo rapporto è spesso schizofrenico, dibattuto tra quel che si dovrebbe fare e
quel che viene consentito di fare. Poi, come sempre è avvenuto, ci sono i servi, spesso sciocchi, arraffoni, infidi.
Molti cittadini intelligenti e onesti girano alla larga dalla politica; alcuni giovani in cerca di “spazio” si buttano
a capofitto in questa logica, riproducendo le solite aberrazioni già viste nel passato. Va da sé che il buon
governo, a questo punto, diventa molto difficile. Questo è l’unico, vero dramma della politica, ma superati i 60
anni sono certo di non vedere l’epilogo di questo dramma.Comprendo di non esserLe stato utile per il suo articolo: riferire i sintomi o gli effetti della malattia mi
sembrava pero’ meno interessante che non indagare sulla causa del malessere.
Distinti saluti
