CONGRESSO PROVINCIALE 20 NOVEMBRE 2011
Vorrei portare un contributo al dibattito del nostro congresso facendo alcune riflessioni sulla dimensione
culturale della nostra sconfitta e sulle prospettive che, se conosciamo meglio noi stessi e il mondo che ci
circonda, senz’altro ci appariranno meno buie.
È diffusa oggi, e a ragione, la convinzione che i grandi diritti costituzionali, così come le dichiarazioni
universali sui diritti dell’uomo, siano fortemente subordinati alla condizione economica di chi li accampa:
l’avvocato Ghedini, lucidamente, dichiara che la legge è uguale per tutti, non la sua applicazione. Analisi da
italiano, che in Italia, come per tante altre cose, assume aspetti estremi. È comunque di cocente attualità la
privatizzazione dei diritti, e dunque degli standard di vita. L’unico diritto formale comune a tutti è quello del
cittadino cui viene data una scheda elettorale: in questo siamo tutti uguali. Già la possibilità di pagarsi una
campagna elettorale, però, è cosa differenziata, come quella di garantirsi un reddito, la salute, la cultura, una
sicurezza per il futuro. Il contratto sociale, che con la rivoluzione borghese si incardinava sui concetti di libertà,
fraternità, uguaglianza, viene vanificato da un nuovo contratto, quello mercantile, che vede interagire
produttori, consumatori, speculatori. Dal contratto sociale, dunque, a quello mercantile: poco male, ma si sappia
che la regola nuova è questa.
Tutti questi sono argomenti sui quali dobbiamo riflettere, magari con i giovani compagni che, quando vengono
nei circoli, ci guardano senza comprenderci sino in fondo: chi ha tante esperienze spesso le trasforma in ricordi,
e ci mette una comprensibile componente emotiva, che però non aiuta a capire. Lo sforzo di consegnare ai
giovani le esperienze, però, è già un valido motivo per continuare a fare politica, anche quando i ricordi sono
molti e le energie molte meno.
Vorrei soffermarmi però sul concetto di fraternità, che componeva il contratto sociale con libertà e uguaglianza.
Chiave di lettura interessante può essere quella etimologica: si è fratelli quando si ha paternità comune, e una
comune eredità da dividere (molte fraternità si rompono quando c’è “roba” da dividere in modo equo, e più
complesso ancora è distribuire con equità i beni comuni). Per secoli la fraternità ha avuto un supporto
ideologico nella consuetudine di sentirsi figli di un dio trascendente. L’occidente cristiano, poi, attribuisce a
questa trascendenza paterna anche una dimensione escatologica, di vita dopo la morte, e di giudizio conclusivo
in merito alla propria vita. La fraternità dunque come condizione di figli della trascendenza comune, e come
impegno in vista di un esito finale.
Concordo con chi identifica il Novecento come il secolo che decreta la morte del dio trascendente. Nel sentire
comune, non confessata né testimoniata, c’è la sensazione certa che l’uomo finisca con la sua vita, e che poi
non ci saranno né premio né punizione. Argomento rimosso, testimoniato da pochissimi (così come sono
pochissimi quelli che testimoniano nei fatti la loro fede trascendente), banalizzato spesso dalla cultura piccolo
borghese con battute (succede anche con categorie importanti come “il bello”), sintetizzato però con il detto,
pronunciato a volte anche da credenti, che “si vive una volta sola”. E siccome è sicuro che non c’è un’altra vita
se non questa, in questa vita occorre procurarsi tutto quel che ti fa stare bene, che ti procura la considerazione
degli altri, quel che costruisce un senso sino alla fine, anche se spesso senti che è solo illusione. Ma alle
frustrazioni del non appagarsi con il possesso delle cose o con l’inseguire illusioni c’è rimedio: la psicologia ti
rimette al centro dell’attenzione e cerca di spiegarti un perché.
Condizione relativamente nuova per l’uomo, per secoli illuso di essere figlio di una trascendenza, ora orfano di
qualcosa che non c’è mai stato, non ancora “rassegnato” a vivere una vita semplicemente naturale (semplicità
che, ci dice Brecht, è difficile a farsi, come il comunismo). Natura umana che ha coscienza di essere, e dunque
di finire, e che cerca palliativi alla sua angoscia.
E qui interviene il capitalismo, col suo catechismo consumista, con i suoi “miracoli”.
Hai visto l’ultimo modello dell’Audi? (ci vengono subito in mente i quattro anelli dell’Audi: non a caso il
marchio di un prodotto viene chiamato “logo”). Ha la trazione integrale, il climatizzatore e la temperatura dei
sedili che dipendono da impulsi neuronali del guidatore. Il climatizzatore poi è collegato a un video e a diffusori
acustici che d’estate proiettano “suoni e luci” polari, caraibici d’inverno. Costa un po’, ‘sto miracolo, ma se fai
qualche straordinario… Intanto studiati il depliant, che ci hanno lavorato i migliori studi di design e di
marketing. Pensaci: si vive una volta sola, e poi, vuoi mettere, quegli stronzi dei tuoi vicini schiatteranno
quando ti vedranno! Casa, auto, vacanze, figli, hobbies, status simbol; ma quale paradiso dopo la morte, il
paradiso è qui, basta procurarsi i soldi per comperarlo! Certo, qualche problema c’è: come per il vecchio dio
che poteva mandarti all’inferno, anche oggi conviene temere la trascendenza (che può licenziarti) conviene
ossequiare la gerarchia che amministra il paradiso. D’altra parte senza il valore trascendente del consumo viene
meno anche una buona parte del nostro senso.
Ho voluto soffermarmi in modo pedante su questi aspetti “trascendenti” perché quando noi si propone
l’uguaglianza, molti si sentono minacciati nell’unicità della loro vita. Quando si propone la giustizia
distributiva, si mette in discussione lo spreco, che lenisce molto spesso l’angoscia del proprio essere al mondo.
Per questo il comunismo viene criminalizzato, soprattutto da chi riceve solo le briciole dal capitalismo, e spera
che le briciole siano l’antipasto (“uno su mille ce la fa”). D’altro canto siamo orfani solo da un secolo, e ci
vuole tempo perché si attribuisca un nuovo senso al nostro essere al mondo, ridando alle cosa il loro valore
d’uso e accettando magari che non solo le cose non hanno alcun altro senso, ma neppure noi, se non quello di
aderire naturalmente al tempo che la vita ci dà.
In questa fase politica noi, se abbiamo già elaborato il lutto, non dovremmo avere l’illusione che i tempi
saranno brevi: dobbiamo conoscere chi ci circonda, le logiche di un potere che spesso criminalizziamo, ma che
dovrà essere utilizzato, studiare, immaginare, sperimentare un diverso rapporto tempo-lavoro, un diverso
rapporto consumo individuale-consumo collettivo, un diverso rapporto risparmio-investimento sociale. Per
conoscere, per elaborare, per sperimentare, ogni esperienza nelle decrepite istituzioni borghesi va bene: un
atteggiamento etologico in un partito organizzato è a mio avviso il primo passo per la formazione del “nuovo
principe”. Non dobbiamo temere contaminazioni: anzi è facile che se approfondiamo la conoscenza delle nostre
debolezze, si apriranno le prospettive per una futura umanità, che partendo dalla considerazione di un destino
comune, voglia accomunare le risorse, le esperienze, la felicità.
Giampaolo Livetti
